corvi e violini

ci ritroveremo un giorno in strada,
e che cosa ci diremo?
è mai possibile finire
come estranei sconosciuti
incontrarci e fare finta
di non esserci mai vissuti?
Eppure mi conoscevi.
Conoscevi il mio sparlare,
le mie lune, i miei pianeti;
smascheravi i miei sorrisi
E in abbracci ubrachi
Distruggevi le pareti
Della mia indifferenza.
Ma ora sei distanza,
assenza,
sei pioggia colata al ciglio della strada
e la mancanza,
– la mancanza –
corvi e violini
nel pianto di speranza.

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sogno d’inverno

So di essere stata io ad aver generato questo movimento di energia per cui alla fine ad azioni reagiscono eventi che si muovono in senso contrario rispetto a quanto avrei sperato. La colpa è la mia. Ed ancora una volta mi trovi qui, a farmi le stesse domande, con lo stesso risentimento e lo stesso odio per la vita; ancora vagante senza senso né ragione alla ricerca di risposte in mezzi non convenzionali e irrazionali che non fanno altro che aumentare le domande.

Ritorna sempre uguale, uguale ritorna il ricordo di quel tempo; ancora posso sentire sulla pelle il freddo della brezza di aprile di quell’ aprile pieno delle domande che porto ancora dentro me. Pesanti ed intralcianti sono le risposte che non ho, e continuo a girare e rigirare danzando sgraziata nel vortice della primavera passata che si ostina a non sfiorire.

In questo delirio mi muovo come un’ombra in una coltre di nebbia. Non vedo i contorni, solo forme indefinite che mi sfiorano e confondono la realtà; una realtà che non so decifrare, non so interpretare: ormai la vita è definitivamente confusa col sogno. Faccio cose che non hanno comprensione, mi ritrovo a conti fatti senza un senso o una ragione. Ogni gesto, ogni parola, è il contrario dell’altra e in questo scontro dialettico la sintesi tarda ad arrivare. Sto provando a mettere ordine, anche se vorrei non doverlo fare… tutti i benpensanti che dall’alto della loro vita facile dispensano consigli – che consigli non sono, ma sono diktat precisi e doverosi – che mi fanno solo venire la voglia di disattendere con tutta me stessa: “devi farti forza”. “devi reagire!”. “devi, devi, devi…”. Io non devo nulla, ho sempre odiato il dovere e adesso ancora di più, adesso che mi trovo in una gabbia in cui il dovere è tutt’uno con la sopravvivenza, mia e di chi mi sta intorno, altre voci inconsistenti che mi dicono cosa dover fare sono come gli schiamazzi delle ghiandaie in aprile: uccelli vanitosi che non fanno altro che rubare le primizie al contadino, altezzosi e superbi, non temono neppure il fucile; parassiti per l’uomo e per i loro simili.

Comunque, questa è solo una premessa che serve a me stessa per inquadrare il momento, per rendermi conto che è necessario definire qualche contorno per poter sbrogliare piano piano tutto l’irrisolto che mi sto trascinando da fin troppo tempo. Tu, per esempio, sei un irrisolto. Sei un qualcosa che ho bisogno di definire, perché al sentimento non riesco ad abbandonarmi, perché di sentimenti, in fondo, non ne provo da tanto tempo. C’è stato un momento in cui ho pensato che con te sarebbe stato diverso, che tu saresti potuto essere la coniugazione del passato col presente e che con te sarei riuscita a districare i nodi di una depressione onnipervasiva che mi ha portato solo sfiducia e indifferenza.

Parto dall’inizio, l’inizio è semplice, è primavera: credo che tutto sia cominciato piano piano; una frase giusta, pensieri comuni, e ho iniziato a vederti con occhi differenti: quando abbia cominciato a vederti con occhi diversi non lo so di preciso, la cosa certa è che sapevo di avere un certo ascendente su di te. Era per me evidente, e pure in un certo senso divertente. Era quella fase della mia vita in cui, non so bene come, riuscivo a calamitare attorno a me un’alta percentuale di attenzioni maschili – forse perché dentro di me provavo un grande rigetto verso l’uomo – e come sempre accade, più non ne vuoi, più ne hai intorno. La razionalità iniziò a bussare quando iniziai ad accorgermi che questo ascendente poteva aver dei risvolti pratici: troppo tempo rimanevo sola con te, troppe volte tu guardavi solo me e troppe volte il resto del mondo veniva messo da parte; iniziai anche ad aver un certo timore, non volevo illuderti e non mi sarei mai voluta ritrovare nella situazione in cui avrei dovuto rifiutarti. Ma poi, troppe parole e tanto vino, ci hanno fatto oltrepassare il limite della ragione e mi sono ritrovata a baciarti,  risvegliandomi la mattina dopo con la paura di quello che era accaduto e ricercando dentro di me le parole giuste per scusarmi e per confidarti che era stato un enorme errore. Tu, però, continuavi ad accarezzarmi, continuavi con la delicatezza che ti contraddistingue, silenziosamente ad accarezzarmi, senza travalicare coscienze e facendo apparire tutto come un qualcosa di irreale.

La domanda sorge spontanea: “come può essere un errore qualcosa che non è reale?” . E così è stato: le ore trascorse con te sono sempre state irreali; flussi di coscienza interminabili rifuggendo silenzi e condivisioni senza parole; stare con te, non era così diverso allo stare sola con me: tirando su quel muro invisibile, il tempo trascorso insieme è sempre stato identico a quello delle ore chiusa in camera a guardare il soffitto lasciandomi la vita scorrere addosso, esattamente come addosso insieme a te scorrevano parole, istanti e pensieri. Sinceramente, non credo ci sia stato davvero un momento in cui io sono stata aperta ad ascoltare dentro di te, è sempre stato solo un confronto con me stessa… come ti dissi già una volta, quando tu ti arrabbiasti con me, “è solo un discorso allo specchio”, e così è sempre stato. E così poteva continuare ad essere, se non fosse che tu sei reale, che sono reale io e che non posso continuare a vivere la vita costruendo uno scivolo per evitare gli scalini: prima o poi devo salirli. Quindi mi trovo qui a prendere coscienza della situazione, a rendermi conto ed ammettere che è stato tutto un grande errore. Avrei dovuto subito seguire il mio istinto e fermare quel nulla che poi è stato trascinato e che adesso, dopo il suo trascinarsi, ha lasciato solo un grande caos. Tu continui a ripetermi che non è un errore, che non puoi concepirlo tale, che è stata una cosa bella: io ancora non sono riuscita a trovarci niente di bello. Come già ti dissi una volta, temo che – forse per la mia fragilità (?) – solo tu possa aver tratto dei benefici da questa situazione; hai alimentato il tuo ego e ti ha spinto a fare cose che prima non avresti fatto; hai scoperto l’importanza di te stesso e mi sembra di vederti anche meno depresso del tuo solito. Io, dall’altra parte, non ho trattenuto nulla. Il muro invisibile che abbiamo costruito mi ha fatto rimbalzare addosso tutto l’amore che potevo dare, distruggendo tutto. Mi è rimasta solo una manciata di domande cui tu non sai rispondere; tanta rabbia perché tu non mi hai mai ascoltato e tanto rammarico perché le cose siano finite così, prima di iniziare. Parliamo lingue diverse; o forse, io parlo e tu non ascolti. Tu non parli e io non posso ascoltarti.

Io adesso però non ho la forza né la testa per perdere il tempo a chiedermi se pensi a un’altra – e ora tu te ne esci fuori, come hai già fatto, dicendomi che sono gelosa! – e io di nuovo ti rispondo che non sono gelosa, non è un sentimento che mi appartiene, è solo che non ho fiducia in te, e soprattutto, non ho fiducia in noi, per questa massa informe di pensieri, baci e respiri che può essere tutto, ma, in fondo non è mai stata niente. ho scritto questo… ecco cosa siamo,  una poesia lasciata a metà:

In questa notte d’agosto,

con il passato alle spalle

ed il vino che scorre

potrei imparare a gustare

il tuo sapore d’inverno.

Saturno incontro

Perché non mi provi a baciare?
Io lo vedo come mi guardi,
Mi guardi gli occhi
– e le tette di sfuggita –
Mi ascolti parlare
E ti perdi in mezzo
alla mia anarchia
e all’idiosincrasia.
Ti perdi e ti riprendi
e logicamente assumi
la logica di un pazzo.
Smetti di pensare!
Prendimi soltanto
All’angolo del mondo
E baciami fintanto
Che il mondo non è stanco,
Stanco di me,
Di te,
delle nostre paranoie
e delle nostre noie.
Baciami e non pensare,
il passato è passato,
Perché non possiamo essere futuro?
Per un pretesto?
Per paura?
Abbi cura dei tuoi istinti
E per un istante non pensare:
Non è difficile,
Lasciati scoprire
e scopri il mio sapore.
Accoglierò il tuo respiro,
e come cielo di luglio
lascerò il tuo inverno morire,
contando le stelle cadere.
Saturno ci spierá dai suoi anelli ribelli
E avrà vergogna di opporsi:
Guardati. Guardami.
Siamo pronti.

 

Ecco la vita. Ecco la vostra vita. Ed ecco la mia:

un sogno interrotto

da lacrime e incubi,

da mancanze

e insufficienze.

Un sogno sporcato

da rancori e paure.

Un sogno alternato da persone diverse che mi dormono accanto,

mia madre,

un amico finocchio,

l’amica ubriaca che mugola mentre dorme,

tizio, l’altro tizio e l’altro tizio ancora.

Abbracci insinceri che nel buio della notte

non placano la mia vergogna.

Abbracci insensati che al mattino

Rimpiango di aver già perso.

E poi l’abbraccio più sincero, quello al cuscino profumato di lavanda,

con il mio corpo stanco e spento dalle magiche gocce della felicità,

in quel momento la solitudine mi abbraccia e mi culla in quell’istante nel sonno della ragione.

Super Io

Indirizzo a me stessa questo flusso in crescendo; dedico a me stessa i miei pensieri disordinati e le mie lacrime inesplose. Chissà perché quando sto bene non riesca mai a scrivere; mi serve sempre l’esperienza del dolore, della sofferenza per essere in grado di gettare nero su bianco i rimpianti e i sensi di colpa irrisolti. Come un bambino rimproverato che sa di aver sbagliato, mi metto in un angolo muta e silente e ascolto i proclami del mio super io, sempre pronto a ristabilire la morale.

Non dovevo andare a ***** questi giorni di nebbia e pioggia; sapevo di dover restare nel mio nido; ma è come se, dopo un certo periodo trascorso al riparo del non-fare, mi esplodesse dentro una bomba a mano che mi porta alla voglia ingestibile di fuggire, di fare, di scoprire. Ed è solo quando la bomba è esplosa che rimpiango a testa bassa la mia tracotanza. Per sentirmi all’altezza di un’anima nobile e piena di luce che mi ha rischiarato il sorriso e donato il sogno, ho detto delle cose che non pensavo; ho indossato una maschera che pesa come il cemento mentre lo guardo e mi chiedo che cosa pensa di me. Quando lo conobbi ero sicura e fiera, e poi, come sempre mi succede, sprofondo nel baratro della mia non accettazione e maschero, e fingo, e cerco di compiacere. Lo so, lo so, non dovrei, è sbagliato. Lo so – credete che non lo sappia? – lo so bene; ma non è possibile comandarmi; al più posso rimproverarmi e unendomi al coro stonato di voi cornacchie intonare il requiem alla mia persona. Vorrei fuggir via, ma ho paura pure di fuggire. Immobile a stento riesco a scegliere che canzone ascoltare. Scivolo per i corridoi come un ospite sgradito, devio gli specchi e proseguo osservando la punta dei piedi sporche di fango.

Rinnovo a me la paura. Rinnovo il timore di far soffrire mia madre; di non essere la persona che crede io sia. Rinnovo il timore che lui scopra i demoni nascosti e possa un giorno chiedermi spiegazioni che non sarò in grado di fornire. Rinnovo la paura di partire; di sentirmi non protetta e indifesa. Io a me non mi basto. Ricordo ora una conversazione che faceva così “hai presente quei quindici minuti in cui dopo una giornata piena di gente ti chiudi in camera con un bicchiere di vino e stai solo con te stesso?” – “beato te che ti bastano 15 minuti, a me servono ore intere”. Lui mi guarda, mi sorride come se avesse davanti la donna ideale. Se solo sapesse in quelle ore quante e quali cose mi passano per la mente, credo avrebbe pena per me e scoprirebbe che non sono un faro, ma un animale notturno che cerca la sua spelonca.

*

E poi dovrei partire per davvero. Fossi anche io come te. Fossi anche io così certa di bastarmi e andare alla conquista di un’emozione nuova. Ma io ho solo paura. Ed anche oggi, fra questi pensieri tristi e confusi, solo la paura guida l’azione e la scrittura e vorrei potermi chiudere un anno in casa e non dover programmare una valigia e non dover partire senza piani e senza mani che mi guidano nei sentieri di me stessa e di terre sconosciute al pari della mia parte profonda. E sono pronta ad ascoltare la retorica del “ti farà bene.” del “è quello che ti serve”. Dite pure, che metto tutto nella scatola di legno che alimenta il fuoco della mia indifferenza

Flussi di coscienza nel sonno della Ragione

Sogni strani, notte piena di sogni, immagini, tutto era molto reale. Dolore, sofferenza, pianti e angoscia. Mancanza, sgomento e impotenza. In mezzo a tutto questo: un volto. Uno zoom ben definito sul volto dello sconosciuto che in quel momento era il mio unico supporto, mi ci appigliavo come se fosse l’unica salvezza per sconfiggere il mio stato d’animo. La sensazione era di appropriatezza, mi sentivo apprezzata e desiderata; sapevo di poter fare qualsiasi cosa avessi voluto, e che lui sarebbe comunque stato lì. Non lo riconoscerei, o forse sì? Era così vicino e così evanescente

 

il destino descrive le vie necessarie del disegno prescritto.

E io, son sulla via parallela alla tua.

Ti vedo e ti scorgo

ti incrocio e deraglio

e maledico l’oscuro disegno

per cui mi trovo

sulla via sbagliata

del tuo cammino

*

E’ scoppiato di nuovo il terremoto. Prima qualche scossa, che nemmeno avevo percepito – o fingevo di non percepire – finché poi non è arrivato travolgendomi con forza spaventosa il caos di palazzi distrutti, gente in corsa, volti che mi passano davanti senza senso e io mi ritrovo bloccata in un angolo coperta dei calcinacci di quello che c’è stato e adesso non c’è più.